DESERTO (parte prima) il sogno

                                                                         IL SOGNO





In principio era la notte, la luce. 
Tutto questo tempo ad osservare questa immensa distesa di sabbia, chissà da quando; un secondo, mille anni, da sempre. Quello che dovrebbe essere un sole è fermo sempre allo stesso punto. Scruto l’orizzonte dopo essermi pulito gli occhi dalla sabbia e socchiudendoli per cercare di scoprire una qualunque asperità, ma non c’è nulla. Perduta in questa distesa infinita rimane l’immagine di un me stesso che non conosco. Questa sfera che mi illumina picchia feroce. Un grido! No e solo il vento che sospira incessante. Dovrei muovermi, ho questa strana sensazione di farlo me lo chiedono i muscoli, i nervi, il sangue. La mente vuole decodificare questo ambiente, l’io vuole sapere se esiste. 



Sono ancora qui seduto, immobile su questa sabbia sotto questi incessanti raggi solari. E’ molto tempo che sono qui o forse solo da adesso. L’occhio si sofferma ad osservare la composizione poliedrica di questo terreno uniforme, ed ogni granello è diverso dall’altro addirittura di colore diverso, grandezza diversa, forma diversa, ma tutta questa varietà dove ogni singolo è unico, formano tutti insieme questa immensa distesa piatta ed omogenea.



 
Dovrei andar via di qua o forse di là ancora non so; un barlume di consapevolezza mi suggerisce che solo io non sono parte integrante del tutto che mi circonda. Sento una certa ostilità da parte di questo apparente deserto. Dovrei alzarmi e camminare, dovrei andar via.




Cammino da molto tempo, ho il respiro affannato, mi sovviene un sottile pensiero di tradimento della mia parte dominante che essenzialmente non ho mai conosciuta. Vado col cuore tra i denti, sibili di luce mi attraversano, la mente si satura di niente. Megaliti di diorite e di granito (come faccio a riconoscerli?) poggiati sul nulla, sospesi in aria come in assenza di gravità, si innalzano in un immensa scalinata che si perde nell’atmosfera. Dalla distesa desertica all’improvviso mi trovo in un lungo corridoio, sembra di ghiaccio ma è assolutamente caldo, sembra di stare in un budello. Lo attraverso, inondato di luci di diversi colori ma del tutto indefinibili, vedo un’apertura alla sua conclusione: ha la forma di un enorme finestrone ad arco alla cui soglia è incastonata una chiave di violino.





Credo di essere solo. Ma cosa ci faccio qui? Sono un mercante nomade di sabbia o di sogni? Chi è  l’altro che mi chiede di giocare a scacchi con il deserto? Serro i denti ma vado ancora avanti. All’improvviso mi devo fermare il corpo si rifiuta di proseguire ed io mi appoggio ad un altro me stesso che si sofferma su un aspetto del tutto nuovo: il vento. Questo vento trasporta storie, racconta storie di antiche civiltà che ora non sono più, di distruzioni e di costruzioni, di strutture e destrutture, del due e dell’uno. 


Sono sdraiato su un letto sospeso, trasportato da questo vento sorvolo questa immensa distesa desertica.

E sono ancora qui seduto, a gambe incrociate; fisso l’orizzonte mentre il sole mi fissa. Provo a sentirmi ma l’esterno che mi contiene non sente me. Poi mi sento il cuore ed allo stesso tempo osservo l’astro illuminante che pulsa allo stesso ritmo del mio interno. In realtà lui è fermo nello stesso identico punto e contemporaneamente irraggia ritmicamente con il battito cardiaco; in quell’istante anche il vento entra in risonanza con ciò che sento e che vedo. Finalmente mi sento parte di questo deserto, ora sono in armonia.



In principio era la notte, la luce. 
Ora è il momento del tempo inesistente senza notte, senza luce. 
Ora è il sogno.

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